Una ricca selezione delle sentenze sui principali orientamenti giurisprudenziali, tra cui tutte le sentenze emesse dalla Corte Costituzionale in tema di procedure di sovraindebitamento.
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Sentenza Cassazione n. 27544/2019

Con ordinanza n. 27544 del 28.10.2019, la Corte di Cassazione, sez. I civ., è stata chiamata a pronunciarsi sulla legittimità di un decreto del Tribunale di Rovigo, di rigetto di un reclamo presentato contro un decreto dello stesso tribunale che non aveva omologato un piano ex legge 3/2012, che prevedeva di pagare i creditori privilegiati con moratoria superiore ad un anno, e caratterizzato da una durata superiore a quella generalmente accordata di cinque anni.

La Suprema Corte ha, in via preliminare, ravvisato l’ammissibilità di tale ricorso per cassazione, in quanto fatto avverso un provvedimento attinente la fase finale della procedura di sovraindebitamento, e quindi dotato dei caratteri di definitività e di decisorietà.

Nel merito, in primo luogo la Corte di Cassazione ha affermato la possibilità di prevedere, per gli accordi e i piani del consumatore, la moratoria oltre l’anno dei creditori privilegiati, anche al di là delle ipotesi di continuità aziendale, purché venga loro attribuito diritto di voto a fronte della conseguente perdita economica (per gli accordi), ovvero sia data loro la possibilità di esprimersi sul contenuto della proposta (per i piani del consumatore); inoltre, ha in secondo luogo ravvisato come non esista esplicitamente alcun limite normativo rispetto alla durata della proposta, che può quindi essere anche di durata ultraquinquiennale qualora tale maggiore durata possa meglio tutelare gli interessi dei creditori.

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Sentenza Cassazione n. 4451/2018

Con sentenza n. 4451/2018, la Corte di Cassazione, sez. I civ., è stata chiamata a pronunciarsi sulla legittimità di un decreto del Tribunale di Asti, di rigetto di un reclamo presentato contro un decreto dello stesso tribunale che non aveva omologato un piano ex legge 3/2012, in quanto caratterizzato da una proposta lesiva dei diritti dei creditori privilegiati, nonché con una lunghezza talmente lunga da risultare aleatoria e meno conveniente rispetto all’alternativa liquidatoria.

La Suprema Corte ha, in via preliminare, ravvisato l’ammissibilità di tale ricorso per cassazione, in quanto fatto avverso un provvedimento attinente la fase finale della procedura di sovraindebitamento, dotato dei caratteri di definitività – non essendo revocabile- e di decisorietà -per via del carattere contenzioso del procedimento, in cui il giudice ordina, ad esempio, all’OCC di provvedere alle comunicazioni ai creditori entro 30 giorni dalla data fissata per l’udienza, nonché per via della sua idoneità ad incidere su diritti soggettivi, dato che, in caso di omologa, il giudice dispone il blocco delle azioni esecutive e l’obbligatorietà del piano per i creditori interessati.

Nel merito, la Corte di Cassazione ha in primis confermato l’impossibilità di soddisfare i privilegi con una moratoria oltre l’anno dall’omologa del piano, in mancanza di un espresso consenso dei creditori interessati, ed in secondo luogo ha ricordato che la verifica sul merito del piano, rispetto alla sua fattibilità e attuabilità, non è solo oggetto di attestazione dell’OCC, ma rientra anche tra i compiti istituzionali del giudice, ex art. 12-bis, l.3/2012.

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Sentenza Cassazione n. 6516/2017

Con ordinanza n. 6516/2017, la Corte di Cassazione, sez. VI civ., è stata chiamata a pronunciarsi sulla legittimità di un decreto del Tribunale di Parma, di rigetto di un reclamo presentato contro un decreto dello stesso tribunale che non aveva accolto un’istanza di ammissione ad un c.d. “accordo di composizione della crisi”.

La Suprema Corte ha però, in via preliminare, ravvisato l’inammissibilità di tale ricorso per cassazione, in quanto fatto avverso un provvedimento privo di carattere di decisorietà e definitività e, quindi, non idoneo a formare il giudicato, che non pregiudica anche la possibilità di proporre una ulteriore e diversa proposta di accordo, sia pur nei limiti temporali fissati dalla l. 3/2012 – ossia dopo cinque anni aver fatto ricorso ad una delle procedure di cui alla l. 3/2012 -, ed essendo comunque possibile presentare, quale tutela avverso il decreto di rigetto dell’istanza, un reclamo al tribunale in composizione collegiale, ex art. 737 e ss. del c.p.c., come appunto nel caso di specie è avvenuto.

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Sentenza Cassazione n. 1869/2016

Con sentenza n. 1869, del 11 novembre 2015, la Corte di Cassazione, sez. I civ., è stata chiamata a pronunciarsi sulla legittimità di un decreto del Tribunale di Monza, di rigetto di un reclamo presentato contro un decreto dello stesso tribunale che non aveva accolto un’istanza di ammissione ad un c.d. “piano del consumatore”, in particolare per: mancanza delle relative condizioni soggettive da parte del ricorrente (avendo debiti fiscali derivanti da attività professionale), perché il piano presentato non sarebbe stato vantaggioso per i creditori rispetto all’alternativa liquidatoria del suo patrimonio, e per durata eccessiva dello stesso (quindici anni).

In via preliminare, la Suprema Corte ha ravvisato l’inammissibilità di tale ricorso per cassazione, in quanto fatto avverso un provvedimento privo di carattere di definitività, non pregiudicante la possibilità di proporre un ulteriore e diverso piano, sia pur nei limiti temporali fissati dalla l. 3/2012.

Ciononostante, data l’importanza della questione sollevata, la Corte di Cassazione ha comunque voluto enunciare principio di diritto riguardo la nozione di “consumatore”, di cui all’art. 6, comma 2, della l. 3/2012 (nella versione allora vigente), definendo tale il debitore persona fisica che ha, tra i debiti non soddisfatti al momento della proposta del piano, esclusivamente obbligazioni sorte per far fronte ad esigenze personali, famigliari o della più ampia sfera attinente agli impegni derivanti dall’estrinsecazione della propria personalità sociale, dunque anche a favore di terzi, e non anche per sostenere un’eventuale attività impresa o professionale attualmente e/o precedentemente svolta.

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Sentenza Cassazione n. 12091/2015

Con sentenza n. 12091/2015, la Corte di Cassazione, sez. I civ., è stata chiamata a pronunciarsi sulla legittimità di un decreto del Tribunale di Como, di rigetto di un reclamo presentato contro un decreto dello stesso tribunale che non aveva accolto un’istanza di ammissione ad un c.d. “accordo di composizione della crisi”, per il quale non si era raggiunta la maggioranza favorevole di almeno il 60% dei crediti, sull’assunto che erroneamente non era stato computato tra i creditori aderenti anche il creditore ipotecario, che si proponeva di soddisfare integralmente, e non si era pronunciato ad esprimere consenso al riguardo.

La Suprema Corte ha però rigettato il ricorso presentato, confermando che la regola applicabile è quella dell’art. 11, comma 2, l. 3/2012, secondo cui i creditori muniti di privilegio, pegno, ipoteca, dei quali la proposta prevede l’integrale pagamento, non vengano computati ai fini del raggiungimento della maggioranza e non abbiano diritto ad esprimersi sulla proposta, salvo che non rinuncino in tutto o in parte al proprio diritto di prelazione, rinuncia che però nel caso di specie non vi era stata.

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